Prc, falsa guerra tra conservatori e innovatori

Pubblicato in Articoli e interventi  da admin | 11 Novembre 2008

La vera questione da discutere è un’altra: non ridurre la nostra rifondazione a governismo 

Esiste il rischio di una precipitazione. I sinistri scricchiolii che preparano questo movimento tellurico non si colgono più solo con gli strumenti sofisticati degli addetti ai lavori, si vedono ad occhio nudo: basta leggere i giornali e le interviste che vengono rilasciate.
Da un lato Fava, dall’altro Diliberto, di fatto pongono l’esigenza di aut aut: un nuovo partito di sinistra (senza aggettivi) e la lista alle europee o l’unità dei comunisti. Mussi è ancora più esplicito: «Noi lavoriamo per unire tutta la sinistra. Se non sarà possibile, si unirà quella che è possibile». Ritorna il ben noto “chi ci sta, ci sta”.
Guardiamo in faccia la realtà: Se facessimo l’una o l’altra scelta, il risultato sarebbe la scissione di Rifondazione Comunista. E non serve a niente bandirla dal proprio vocabolario se poi si insegue una di quelle due strade.
Lo dico senza mezzi termini: sono assolutamente contrario alla scissione e lo sono in nome dell’innovazione di Rifondazione Comunista e non della conservazione dell’identità comunista, ossificata e celebrata in riti più o meno esoterici.
Sarò ancora più chiaro ed esplicito, sono contro la scissione in nome dell’innovazione elaborata e prodotta durante la segreteria di Fausto Bertinotti: dalla rottura con il governo Prodi del 1998, a Genova, all’internità al movimento altermondialista, alla nonviolenza, alla critica del potere.
Sono contro la scissione perché non voglio scindere la rifondazione dal comunismo. Non voglio rassegnarmi a che l’esito della nostra vicenda sia avere una rifondazione senza comunismo e un comunismo senza la rifondazione. Su questo punto, sono completamente d’accordo con l’articolo scritto dal segretario su Liberazione la scorsa settimana. Le innovazione prodotte da Rifondazione in questi anni hanno avuto una forza perché prodotte dentro una prospettiva che è quella dell’alternativa di società, della trasformazione, dell’altro mondo possibile. Non sono state vissute o apparse come adattamento alla realtà data o moderatismo. Se, invece, le separiamo da quell’orizzonte, perdono la capacità di rappresentare una rottura con l’ordine esistente.
Per questo motivo, la prospettiva per cui mi batto è l’oltre nella rifondazione e non l’oltre rifondazione.
Ma c’è un altro punto in cui non concordo con Ferrero.
Il paragone con l’Occhetto della Bolognina non mi sembra per nulla azzeccato, sia che si voglia brandirlo come un capo d’accusa per dimostrare il tradimento avvenuto, ovvero l’abiura del comunismo, sia per dimostrare il suo contrario, ovvero che l’abiura non c’è e che si tratta solo dell’abbaglio di dogmatici settari, come dice Rina Gagliardi.
Casomai, il paragone possibile è con l’Ingrao di Arco: stare nel gorgo. Ovvero, la scelta allora di non uscire dal PdS, per il rifiuto di una deriva giudicata minoritaria, settaria e identitaria e, invece, di accettare la sfida di far vivere l’orizzonte del comunismo, dentro una dimensione più generale, come, appunto, una componente dentro una formazione più larga, con un altro orientamento generale.
La discussione sull’indicibilità del comunismo, quindi, ne cela un’altra: direi che sarebbe opportuno parlare direttamente di quella. Il tema della discussione è la nostra autonomia. Se, cioè, è possibile investire, dal punto di vista della politica, quindi in maniera incidente nella società e nelle istituzioni, sul progetto della rifondazione comunista oppure se ciò è impossibile e, pertanto, oggi una cultura comunista possa vivere soltanto dentro un contenitore più vasto, dentro un partito di sinistra senza aggettivi.
Non voglio sfuggire un punto sollevato da Rina Gagliardi: Rifondazione Comunista e la sinistra hanno subito un tracollo che va investigato.
Nel nostro congresso, siamo rimasti troppo attaccati alla contingenza del momento. Ci eravamo permessi di proporre un congresso di avvicinamento, per la profondità della discussione, che deve impegnarci in una ricerca senza rete, per riflettere, non solo sui due anni del governo Prodi ma su un intero ciclo politico, venuto a conclusione e non riproponibile, quello del centro sinistra.
In questi quindici anni, siamo stati due volte al governo del Paese e tutte e due le volte si è trattato di una esperienza fallita. Ci sarà pure un perché che risiede oltre i nostri errori soggettivi e che rimanda a una condizione oggettiva.
Insomma, la sconfitta drammatica della Sinistra Arcobaleno ci parla di qualcosa di più di fondo. Un fallimento che sarebbe stato tale anche presentando il 13 aprile il nostro simbolo con tanto di falce e martello. Lo sbaragliamento di quella lista, quindi, è solo l’epifenomeno di ciò che dovremmo indagare con maggiore rigore e profondità: il fallimento della sinistra di governo.
Qui c’è un punto che esce fortissimo dal congresso: il nostro posizionamento all’opposizione. Non un destino, una condizione ontologica dell’essere comunisti in una società borghese. Non la banalità dell’argomento per cui allora basterebbe mettersi all’opposizione per recuperare il terreno perduto. Si tratta di un’altra cosa, di una scelta politica di fase che indica innanzitutto un posizionamento nella società, una condizione necessaria anche se non sufficiente per riprendere il cammino interrotto. Ma una direzione del tutto differente da quella della sinistra di governo che propongono i compagni di SD.
Sono contro quella scelta non in nome dell’ortodossia comunista ma perché contrasto il governismo e il moderatismo che ne consegue, vere cause della sconfitta.
Così come sono contrario all’ipotesi della costituente comunista o all’unificazione con il PdCI.
Splendido isolamento? No, autonomia ! Investimento sul progetto della rifondazione comunista e sulla costruzione di una sinistra di alternativa, un campo, cioè, che fa di quel posizionamento una scelta condivisa.
La scissione va contrastata apertamente anche perché non sono rassegnato a un partito uniforme culturalmente. Penso che dentro rifondazione comunista possano e debbano vivere culture differenti e che tutta Rifondazione debba continuare e implementare l’apertura a tutte le culture critiche del capitalismo contemporaneo e le sperimentazioni più avanzate di fuoriuscita dalle politiche neoliberiste.
La guerra interna vuole ridurre il dibattito dentro Rifondazione allo scontro tra innovatori e identitari oppure, al contrario, tra comunisti doc e traditori. Non voglio obbedire e ancora, assieme a tante altre e altri, con le nostre modeste forze, intendo contribuire a dipanare il filo della rifondazione comunista.
11/11/2008
 

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