La costituente di sinistra e l’indicibilità del Comunismo
La discussione sull’indicibilità del comunismo ne cela un’altra. Direi che sarebbe opportuno parlare direttamente di quella senza sprecare parole in un dibattito astratto e nominalistico. Il vero tema della discussione è la nostra autonomia. Se, cioè, è possibile investire, dal punto di vista della politica, quindi in maniera incidente nella società e nelle istituzioni, sul progetto della rifondazione comunista oppure se ciò è impossibile e, pertanto, oggi una cultura comunista possa vivere soltanto dentro un contenitore più vasto, dentro una costituente di una “sinistra senza aggettivi”.
Da questo punto di vista, se dobbiamo discutere inevitabilmente con la testa girata all’indietro, il paragone con l’Occhetto della Bolognina non mi sembra per nulla azzeccato, sia che si voglia brandirlo come un capo d’accusa per dimostrare il tradimento avvenuto, ovvero l’abiura del comunismo, sia per dimostrare il suo contrario, ovvero che l’abiura non c’è e che si tratta solo dell’abbaglio di dogmatici settari, orfani di Breznev e Kim il Sung.
Casomai, il paragone possibile è con l’Ingrao di Arco: stare nel gorgo. Ovvero, la scelta di non uscire dal PdS allora, per il rifiuto di una deriva minoritaria, settaria e identitaria e di accettare, invece, la sfida di far vivere una prospettiva di alternativa e l’orizzonte del comunismo, dentro una dimensione più generale, come, appunto, una componente dentro una formazione più larga, con un altro orientamento generale.
Vorrei invitare, assai modestamente, gli interlocutori che sostengono, ormai mi sembra apertamente e senza più il velo edulcorato e un po’ ipocrita del congresso, la tesi del superamento di Rifondazione Comunista dentro la costituente di una “sinistra senza aggettivi” (proposta del tutto legittima e che va presa assai sul serio) di non cercare, al fine di dimostrare la fondatezza della loro prospettiva, di costruire un interlocutore di comodo.
L’alternativa non è tra l’innovazione politico e culturale, che inevitabilmente porterebbe alla costituente della “sinistra senza aggettivi” e l’ortodossia identitaria. C’è da misurarsi con un’altra possibilità: quella, appunto, della rifondazione comunista. Altrimenti, cosa abbiamo tentato in questi anni ?
Naturalmente, si possono avere opinioni differenti sullo svolgimento di questa impresa, sul suo andamento alternante, le sue acquisizioni e le difficoltà in cui si dibatte ancora. Ma, l’unica cosa che non si può dire, specialmente da parte di chi è stato protagonista attivo di questa ricerca, è che questa opzione non sia più in campo e che, chi voglia rimanere nell’ambito di una scelta politica che si fonda sull’autonomia di rifondazione comunista, non sia altro che un replicante dei miti dissolti del socialismo reale, destinato a un ruolo di pura testimonianza.
Strappiamo il sipario di questa recita !
Io credo che occorrerebbe affrontare di petto la questione di fondo, senza demonizzare le posizioni che si contestano.
Investire sull’autonomia di Rifondazione Comunista non fa rima con isolamento, autarchia, settarismo, rifugio in una nicchia identitaria e via maldicendo.
E’ il contrario del dna di Rifondazione Comunista.
Nel 1998, noi rompemmo con il governo Prodi e fummo isolati dal quadro politico, messi in un angolo, giudicati con la più infamante accusa che può essere gettata su di un comunista: essere oggettivamente alleato con la destra. Chi non ricorda Nanni Moretti che, all’indomani del voto del 2001, ebbe a dire, cogliendo un veleno che era stato sparso a piene mani, che “Berlusconi poteva ringraziare un solo uomo, artefice vero della sua vittoria, ovvero Fausto Bertinotti”?
Eppure, fummo isolati dalla società e dai movimenti ? Assolutamente no, fummo l’unica forza politica in Italia, e non solo, che seppe cogliere il vento del movimento altermondialista. Certo, sostenemmo uno scontro aspro, subimmo colpi duri (le elezioni europee del 1999), ma la rotta si dimostrò feconda.
Le cose non si ripropongono mai allo stesso modo e oggi la situazione è totalmente differente. Ma quel tema rimane ineludibile e tutti sono chiamati a confrontarsi con esso.
Nel nostro congresso, siamo rimasti troppo attaccati alla contingenza del momento. Ci eravamo permessi di proporre un congresso di avvicinamento, per la profondità della discussione, che deve impegnarci in una ricerca senza rete, per riflettere, non solo sui due anni del governo Prodi ma su un intero ciclo politico, venuto, almeno secondo la mia opinione, a conclusione, quello del centro sinistra.
In questi quindici anni, siamo stati due volte al governo del Paese e tutte e due le volte si è trattato di una esperienza fallita. Ci sarà pure un perché che risiede oltre i nostri errori soggettivi e che rimanda a una condizione oggettiva che va indagata.
Qui c’è un punto che esce fortissimo dal congresso: il nostro posizionamento all’opposizione. Non la banalità di una condizione disperata di chi è fuori dal Parlamento e che, dentro il teatrino della politica di Palazzo, neanche può porsi il problema del governo o dell’opposizione perché è semplicemente fuori. Non un destino, una condizione ontologica dell’essere comunisti in una società borghese.
Si tratta di una scelta politica di fase, che indica innanzitutto un posizionamento nella società che fa seguito alla decisione di investire sulla rifondazione comunista e sulla costruzione di una sinistra di alternativa, un campo, cioè, che fa di quel posizionamento una scelta condivisa.
La vera distanza con la costituente della “sinistra senza aggettivi” è che questa non affronta questo problema. E se lo affronta, lo risolve dal versante opposto, come apertamente, lucidamente e onestamente Mussi e altre compagne e compagni affermano con la scelta di essere sinistra di governo, che è, prima che una condizione oggettiva, una aspirazione che indica un posizionamento nei rapporti politici e nella società.
In ultimo, fermo restando il sacrosanto diritto alla ricostruzione giornalistica del dibattito interno a Rifondazione, vorrei segnalare che è perlomeno semplicistico descriverlo come un conflitto tra chi propone la costituente della sinistra e chi, invece, pensa di costruire un’alleanza con le idee e i progetti dell’Italia dei Valori.
C’è anche qui, un’altra possibilità: l’autonomia di Rifondazione Comunista. E’ questa la linea che ha vinto al congresso. Se sarà feconda, lo vedremo. Si può voltare la testa da un’altra parte per non vederla, ma non serve, c’è lo stesso.
Walter De Cesaris